Storia moderna 

 

Un vero e proprio spartiacque nella storia balcanica è rappresentato dal Congresso di Berlino del 1878. L'impero ottomano, ormai in preda ad un' inarrestabile decadenza, era stato sconvolto da una grande rivolta contadina, che aveva interessato l'intera Bosnia-Erzegovina, il Sangiaccato (una fascia di territorio incuneata fra la Bosnia, la Serbia ed il Montenegro, che oggi è divisa fra gli ultimi due stati, pur essendo abitata in maggioranza da musulmani bosgnacchi), la Serbia e la Macedonia. La situazione sembrava farsi pericolosa anche per l'impero austro-ungarico: per la prima volta gli slavi del sud sotto dominio ottomano sembravano muoversi all'unisono contro le autorità imperiali, il passo successivo avrebbe potuto ovviamente essere la ribellione di croati e sloveni. Era, quella, un'epoca di risveglio delle coscienze nazionali in tutta Europa e nelle capitali dei Balcani occidentali, da Lubiana a Zagabria, da Belgrado a Sarajevo, cominciava a diffondersi l'idea che gli slavi del sud dovessero affrancarsi dal giogo straniero e conquistare tutti insieme la propria autonomia. In quel periodo si andava anche compiendo un processo di unificazione linguistica, avviato già negli anni trenta-quaranta dai seguaci del movimento jugoslavista, guidati dall'intellettuale Ljudevit Gaj, che ritenevano di aver individuato nel dialetto štokavo-ijekavo, originario della Dalmazia meridionale ma diffuso anche in tutta la Bosnia-Erzegovina, nel Montenegro e in una variante appena diversa in Serbia, l'idioma che avrebbe fornito agli slavi del sud una nuova grammatica ed una nuova letteratura comuni.

 

Il Congresso di Berlino, convocato dal cancelliere Bismarck, si occupò dunque di ridisegnare lo scenario politico della penisola balcanica, cercando di bloccare qualunque progetto jugoslavista ed insieme di metter pace tra le grandi potenze che esercitavano in quella zona il proprio dominio o influenza (più che l’ormai debole impero ottomano, l’impero zarista e quello austro-ungarico). Al pieno e formale riconoscimento dell’autonomia della Serbia e del principato del Montenegro si affiancava la decisione di inserire la Bosnia-Erzegovina nella sfera d’influenza dell’impero austro-ungarico (la sovranità, soltanto nominale, del sultano rimarrà fino al 1908, quando la Bosnia-Erzegovina verrà ufficialmente annessa all’impero austro-ungarico). Questa decisione fu accolta con favore dai croati, che con l’annessione di molti connazionali da secoli soggetti al sultano vedevano aumentato il loro numero e dunque, potenzialmente, il loro peso politico all’interno dell’impero austro-ungarico, mentre non piacque ai serbi, che, ora pienamente autonomi, si vedevano limitati nei propri progetti espansionistici e pericolosamente stretti nella morsa asburgica. Ma le conseguenze più infauste di questa decisione le patì la Bosnia-Erzegovina stessa: il fragile equilibrio tra le sue tre comunità slave (serbi, croati, musulmani), mantenutosi per secoli sotto il dominio ottomano, iniziò pericolosamente a vacillare. Il conte von Kàllay, che fu chiamato a governare la provincia, cercò di tenere sotto controllo la situazione appoggiandosi ai musulmani, che riteneva meno pericolosi di serbi e croati perché privi di potenziali alleati esterni: proprio questa politica, tuttavia, contribuì a far nascere tra i musulmani bosniaci una coscienza nazionale prima sconosciuta, generando anche tra essi aspirazioni al controllo esclusivo della Bosnia-Erzegovina. Non va peraltro dimenticato che la complessità della Bosnia-Erzegovina andava oltre le sue tre comunità slave, dato che esistevano diverse altre minoranze, la più importante delle quali era certamente rappresentata dalla comunità ebraica sefardita, presente a Sarajevo fin dal XV sec. , che manteneva integre le proprie tradizioni e la propria lingua (la quale, molto simile allo spagnolo antico, ancora col censimento del 1910 risultava essere la seconda più parlata a Sarajevo, dopo il serbo-croato). Anche se oggi questa comunità, fatta oggetto di sterminio durante il secondo conflitto mondiale, si è enormemente ridotta, va  segnalato come le autorità musulmane della capitale bosniaca si siano adoperate durante tutti i conflitti del novecento per salvare le antichissime opere letterarie giunte a Sarajevo con gli ebrei sefarditi (è grazie alla comunità musulmana bosniaca se oggi possediamo una delle più straordinarie e antiche Haggadah del mondo; molte altre opere degli ebrei sefarditi, tuttavia, finirono  bruciate in quel tragico rogo della cultura bosniaca che fu l’attentato incendiario alla Biblioteca Nazionale dell’agosto 1992).

 

 

 

Durante il primo conflitto mondiale i popoli jugoslavi si trovarono su opposte barricate: Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina (le ultime due, ricordiamolo, abitate anche da serbi) combatterono sotto le bandiere asburgiche; Serbia e Montenegro invece, già indipendenti prima dell’inizio del conflitto, furono alleate dell’Intesa e poterono perciò sedersi da vincitori al tavolo delle trattative. La Serbia, fin dal ritorno al potere della dinastia dei Karađorđević (1903), si era data un ruolo di guida dei popoli jugoslavi,  favorendo la formazione di una grande alleanza antiturca e, successivamente alla sconfitta del sultano, riuscendo anche ad ampliare notevolmente il proprio territorio, cui vennero annesse militarmente una porzione di Macedonia (vallata del Vardar) e l’intera piana del Kosovo (abitata in maggioranza da albanesi). Ora per Serbia e Montenegro si poneva un problema di non poco conto: gli abitanti di Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina, tra i quali vi erano anche molti serbi, andavano considerati nemici (poiché avevano combattuto sotto le insegne dell’impero austro-ungarico) o fratelli (poiché quell’impero, che li aveva a lungo soggiogati, era ora crollato)? Si optò per la seconda soluzione e i “fratelli” croati e sloveni, sconfitti ed impauriti da spinose questioni di confine con Italia ed Austria, accettarono senza troppo riflettere di saltare sul carro dei vincitori, trascinando anche la Bosnia-Erzegovina sotto l’autorità della Serbia dei Karađorđević.

 

La nuova entità statale che si venne a creare, la cui prima Costituzione fu approvata nel 1921, fu denominata Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni e cambiò poi nome nel 1929, divenendo Regno di Jugoslavia. Si trattava di un organismo molto instabile, perennemente attraversato da gravi tensioni politiche e sociali. I serbi, fin dall’inizio, avevano concepito l’unione con Slovenia e Croazia come una semplice annessione, perciò rimasero sempre insensibili alle richieste di maggior autonomia che provenivano da Lubiana e Zagabria (su tali richieste mise una pietra tombale la seconda Costituzione, fortemente centralista, del 1929); i croati e gli sloveni, da parte loro, radicalizzarono sempre più le proprie posizioni e nel 1934 si arrivò addirittura all’assassinio del re, Aleksandar Karađorđević,  ad opera del movimento croato di estrema destra degli ustaša, fondato alcuni anni prima da Ante Pavelić.

 

I rapporti tra serbi e croati, all’interno della Jugoslavia degli anni Venti e Trenta, erano resi ancora più difficili dalla problematica ed instabile situazione della Bosnia-Erzegovina. Belgrado aveva rifiutato fin dal principio di riconoscere ai musulmani bosniaci lo status di popolo o nazionalità, facendo loro qualche piccola concessione a livello culturale e religioso per spingerli a votare la Costituzione del 1921, ma di fatto penalizzandoli enormemente dal punto di vista economico con una riforma agraria che tolse loro circa 175.000 ettari di terra per ridistribuirla tra 250.000 nuovi proprietari, in maggioranza serbi di origine non bosniaca. Anche Zagabria, d’altra parte, ambiva al controllo esclusivo sulla Bosnia-Erzegovina, sostenendo in pratica che i musulmani bosniaci altro non erano che croati convertiti all’Islam e che, dunque, quello bosniaco-erzegovese era suolo croato. L’idea di una futura spartizione della Bosnia-Erzegovina, foriera di enormi tensioni e disastri lungo tutto il XX secolo, era insomma già fortemente presente in questo periodo e quanto poca fosse la considerazione di cui godevano i musulmani bosniaci nel Regno di Jugoslavia è testimoniato da un celeberrimo episodio del 1939: quando nell’ambito della Jugoslavia, ormai minacciata dalla guerra e dallo spettro di un’invasione straniera, si trovò un accordo su un nuovo assetto statale che prevedeva la creazione di una Croazia semi-autonoma estesa anche al territorio della Bosnia-Erzegovina, il leader del partito contadino croato Vlatko Maček chiese al premier Dragiša Cvektović quale sarebbe stata la sorte dei musulmani bosniaci e questi rispose: “Facciamo finta che non esistano”.