Storia antica

 

 

 

Gli slavi, popolazione indo-europea originaria dell’Europa orientale, occuparono la penisola balcanica, all’epoca abitata in prevalenza da illiri romanizzati, intorno al VI-VII sec. d.C. e, molto rapidamente, si cristianizzarono.  Più tardi, quando in seguito allo scisma del 1054 i Balcani divennero terreno di scontro tra Roma e Bisanzio, essi aderirono a chiese diverse: gli antenati degli sloveni e dei croati a quella cattolica, gli antenati di serbi, montenegrini e macedoni a quella ortodossa. Questa fase antica della storia balcanica ci mostra chiaramente come sia problematico definire serbi, croati, sloveni, macedoni, montenegrini come etnie differenti: essi sembrano invece qualcosa di simile a differenti tribù di una medesima popolazione slava (il termine “Jugoslavia”, sotto cui verranno riuniti nel XX secolo significa appunto “terra degli slavi del sud”). Tutti e tre i principali ceppi (sloveno, croato, serbo) riuscirono, durante il medioevo, a dar vita a entità statali caratterizzate da un buon grado di organizzazione e ciò permise, nei secoli a venire, di utilizzarle come esempi e modelli di autonomia nazionale. La più effimera di queste entità statali fu la Carantania (sloveni), che già nel IX sec. fu assorbita dall’impero franco, ma anche il regno dei croati e l’impero serbo non ebbero vita molto lunga: il primo cadde sotto l’influenza ungherese (Croazia interna) e veneziana (Dalmazia e Istria), il secondo entrò invece a far parte dell’impero ottomano dopo il 1389.

 

Prima di parlare dell’invasione ottomana dei Balcani, destinata a cambiarne per sempre la storia e cultura, è importante sottolineare che anche la Bosnia, per lungo tempo terra di conquista e di scorrerie per i vicini regni serbo e croato, si caratterizzò come entità statuale autonoma a partire dal regno di Kulin Ban (1180-1204), seguito dalla dinastia dei Kotromanić che regnò fino all’occupazione turca (1463). Durante questo periodo, in Bosnia attecchì fortemente la setta religiosa dei Bogomili (letteralmente: “i cari a Dio”), che aveva avuto origine in Tracia e Bulgaria e che proponeva una visione dualistica della realtà, retta dai due principi, assolutamente inconciliabili, del Bene (spirito) e del Male (materia) e, conseguentemente, prescriveva un modello di vita fortemente ascetico. Proprio la possibilità di riscattarsi dalle secolari persecuzioni subite sia da parte cattolica che ortodossa spinse la maggioranza dei Bogomili a convertirsi all’Islam dopo la conquista ottomana della Bosnia (dei Bogomili ci sono oggi rimaste circa 40.000 stupende pietre tombali monolitiche, chiamate stečki).

 

 

 

L'invasione ottomana dei Balcani, come abbiamo anticipato, ne cambiò il volto e questo è vero soprattutto per la Serbia e per la Bosnia-Erzegovina.

 

 La Serbia, grazie soprattutto ad uno splendido ciclo di poesia popolare a questa dedicato, visse, per tutti i secoli successivi e fino alla moderna deriva nazionalista, la sconfitta subita  nella piana di Kosovo Polje il  28 giugno 1389 come una specie di grande sacrificio patito per salvare l’Europa dall’invasione turca. Su questo tasto batterà fortemente anche la Chiesa ortodossa serba, che arriverà, anche nel XX secolo, a giustificare ogni tipo di efferatezza nel nome del riscatto verso l’Islam “invasore” di origine ottomana. Bisogna ricordare che le autorità ottomane, nel momento in cui occupavano nuovi territori, non pretendevano la conversione forzata della popolazione, ma permettevano a ciascun gruppo etnico-religioso di mantenere il proprio credo e le proprie tradizioni. Ciò non significava, tuttavia, che tutti i sudditi venissero trattati allo stesso modo, perché tra chi professava la religione islamica e chi, liberamente, sceglieva di non convertirsi vi erano forti discriminazioni, soprattutto riguardo il pagamento di tasse ed imposte e la possibilità di occupare cariche pubbliche. Da una parte, dunque, la popolazione serba-ortodossa mantenne sempre vive le proprie tradizioni e la propria coscienza nazionale, dall’altra si trovò in condizioni di estrema miseria e povertà, con i contadini serbi costretti a lavorare, in cambio di nulla più dei puri mezzi di sussistenza, le terre dei nuovi padroni ottomani. Nella storia serba sono innumerevoli le rivolte contro il turco invasore, tutte originate dalle pessime condizioni di vita dei contadini e tutte fortemente supportate da questi: la più famosa e ricordata è sicuramente quella guidata nel 1804 da Karađorđe, fondatore della dinastia dei Karađorđević, che si alternerà poi a quella degli Obrenović alla guida della Serbia, dopo il 1815 nuovamente autonoma.

 

In Bosnia-Erzegovina le cose andarono nello stesso modo, ma con esiti molto diversi. Qui l’adesione al Bogomilismo aveva rappresentato un potente fattore identitario, soprattutto per la nobiltà. All’arrivo degli ottomani, che completarono la conquista di Bosnia ed Erzegovina sul finire del XV sec., la stragrande maggioranza della nobiltà bosniaca scelse la conversione all’Islam. Ciò, come abbiamo visto, era il risultato di secoli di repressione patita da parte dei cristiani, tanto cattolici quanto ortodossi, e determinò un alto grado di inclusione della nobiltà bosniaca nei quadri dell’impero ottomano: lo storico Jože Pirjevec ci ricorda come, dopo il 1463, si contino ben 20 gran visir (primo ministro dell’impero, in pratica la carica più importante dopo quella di sultano) originari della Bosnia. L’Islam che si diffuse in Bosnia-Erzegovina aveva, ed ha tuttora, caratteristiche peculiari e poco ortodosse: esso è un miscuglio di dottrine islamiche ed antiche tradizioni popolari, nel quale hanno un peso notevole anche le influenze misticheggianti risalenti sia alla setta dei dervisci, giunta qui dall’Anatolia, sia all’antico Bogomilismo. Del tutto peculiare fu anche la cultura derivata da questa strana mescolanza di dottrine religiose: negli anni che vanno dalla fine del XV sec. all’inizio del declino ottomano (che di solito si fa coincidere con la sconfitta delle truppe del sultano sotto le mura di Vienna, nel 1683), si sviluppò in Bosnia-Erzegovina una raffinata produzione letteraria in lingua slavo-bosniaca, per scrivere la quale alcuni autori usarono non più l’alfabeto cirillico (come nell’antica e ormai estinta lingua medievale, la bosančica), ma quello arabo. Inoltre, il volto della Bosnia-Erzegovina e della sua capitale, che da Bosnavar venne ribattezzata Sarajbosna e diverrà poi Sarajevo, venne completamente cambiato dall'architettura civile e religiosa ottomana (ma questo, non dimentichiamolo, vale anche per la Serbia: anche se visitandola oggi ci pare impossibile, Belgrado ancora nel Settecento era una città quasi completamente turca dal punto di vista architettonico).

 

Tirando le somme, è innegabile che il sincretismo culturale e religioso, seguito all'adesione politica all'impero ottomano, diede origine in Bosnia ad una civiltà nuova, che è assolutamente impossibile, come vorrebbero le dottrine nazionaliste, ricondurre alle proprie “componenti originarie” serbo-ortodossa e croato-cattolica. E' però vero, ed altrettanto innegabile, che tale nuova civiltà non si estendeva a tutta la popolazione della Bosnia, poichè la convinta adesione all'impero ottomano fu una faccenda soprattutto della nobiltà e della borghesia cittadina: rimanevano i contadini, la stragrande maggioranza della popolazione che, convertita o meno all'Islam, percepiva le proprie miserrime condizioni di vita come il risultato del giogo imposto dal turco. Come vedremo, questa profonda spaccatura tra la ricca e colta borghesia cittadina ed i poverissimi, rancorosi contadini delle campagne sarà foriera di numerosi disastri nel futuro della Bosnia-Erzegovina.

 

Se le condizioni materiali di vita della maggioranza di serbi, bosniaci, macedoni, montenegrini rimasero pessime durante tutti i secoli di dominio ottomano, non meglio andò ai “cugini” croati e sloveni, che si trovarono invece sottoposti al controllo dell’impero austro-ungarico. Anche in questo caso le tracce culturali, architettoniche, spirituali della dominazione sono evidenti (Lubiana e Zagabria sono oggi città dalla forte impronta mitteleuropea e la religione ampiamente maggioritaria in Croazia e Slovenia è quella cristiano-cattolica) , così come è evidente che le abitudini e le tradizioni delle masse contadine, costrette a vivere in pesanti condizioni di servaggio e miseria, rimasero sempre d’impronta slava.